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martedì 28 maggio 2013

Revolver

Mi addormento di qua, mi sveglio di là. Mi addormento di là, mi sveglio di qua.



Il Revolver del titolo non c'azzecca niente con la pistola, o meglio c'azzecca si ma solo con una sua parte: il tamburo, l'alloggiamento dei proiettili, il coso che ad ogni BANG gira su se stesso e gira, gira, gira fino a trovarsi alla posizione di partenza.
Sam vive in due realtà diverse. Nella prima è un noioso impiegato di un noioso giornale dove ha un noioso lavoro che consiste nell'editare foto di feste di riccastri, odia il suo capo, non ha nessun rapporto con i colleghi, ha una fidanzata che non pensa ad altro che quale tinta di verde delle tendine si abbini meglio col nuovo divano da 10.000$ appena comprato. Nella seconda realtà il mondo è andato a rotoli, influenza aviaria, disastri naturali e guerre atomiche hanno sfasciato tutto lo sfasciabile e Sam, che si vede ogni giorno costretto a fare scelte difficili per campare, assieme al suo capo ed i suoi colleghi con cui si è barricato nella sede del giornale, decide di fare la sua parte con quello che meglio sa fare, stampare un giornale dal titolo REVOLVER da sganciare con un'aereo sulle zone più densamente popolate  in modo da informare quante pù persone possibile sulla situazione generale dopo che queste son state lasciate completamente all'oscuro dal crollo dei mezzi di comunicazione tradizionali.
Ogni notte, alle 11.11, BANG, Sam si addormenta e si risveglia nell'altra realtà, passa da quella in cui è un vermetto insoddisfatto a quella in cui deve tirar fuori le palle o muore ed ha un alto scopo, ed inizierà ad usare le informazioni ricavate nell'una per migliorare la vita nell'altra e viceversa.
Si, sembra molto Awake pure a me, ma questo è uscito un bel pezzo prima.


Matt Kindt si carica tutto il lavoro sulle spalle, scrive, disegna, inchiostra, non so se lettera visto che per una volta ho comprato l'edizione italiana (Bao Publishing, 17€ o giù di li, cartonata, molto bella) però so per certo che si faceva anche il caffè quando gli veniva l'abbiocco.
Ci semplifica le cose usando due registri cromatici diversi per le due realtà: il fumetto è in bianco, blu e marrone ma, mentre nella realtà di tutti i giorni prevale un blu malinconico nella realtà ohshit prevale un marrone.... ohshit. Può sembrare un'idea banalotta ed in effetti lo è pure, però funziona bene, semplifica la lettura, basta la prima occhiata alla vignetta per capire dove ci si trova e tanto basta.
Il punto forte questo fumetto è sicuramente lo storytelling, quando a scrivere e disegnare è la stessa persona è normale che questi due aspetti si sposino al meglio, non c'è un disegnatore che deve interpretare le parole dello scrittore e non c'è uno scrittore che deve adattarsi allo stile del disegnatore, viaggia tutto a presa diretta, ma in più Mattiuccio ci mette una grande abilità a scandire il tempo, nel taglio delle vignette e nella rappresentarzione delle scene, e un certo gusto a caricare piccoli dettagli di un forte significato simbolico.

Si insomma tutto bello tutto figo tutto tutto, però...
...però non te ne puoi venire nel 2010 con la fine del mondo e l'autodistruzione come chiavi per liberarsi dalle catene della nostra realtà consumistica, purtroppo Fight Club è uscito 20 anni fa ed ha sputtanato il tema al grande pubblico per sempre
...però ogni tanto si nota un voler calcare un po' troppo la mano sul tema intimista alla Ozpetek che si un po' va pure bene però e daje e daje e daje e poi che palle.
...però Sam è proprio antipatico
...però se devi mettere quella trovata là nel finale per far contenti quelli che vogliono la spiegazione a tutti i costi lasciali scontenti e risparmiaci ste stronzate, dai.
Si insomma Revolver è bello. Molto bello. Ben scritto, molto ben disegnato, però...

in una scala dei migliori vestiti che potrai mai indossare, che va da quei jeans stretti stretti che ti fanno salire le palle in gola alla felpa che hai da 15 anni e che non butteresti mai perché è morbida, comoda, e la senti parte della tua pelle ormai, questo Revolver è un cappotto. Un bel cappotto. Di un bello a livello cappotto di Tennant nel DrWho per capirci, e bello livello Tennant qua da me significa bello bello. Però quando lo vai a vedere da vicino c'ha rifiniture approssimative, cuciture debolucce e bottoni che sembrano poter saltare via alla prima strattonata un po' più forte.
Si insomma però... ...però è un peccato.

lunedì 20 maggio 2013

Punk Rock Jesus



Basta isole! Basta  case! Basta fattorie, ristoranti, scuole per cantanti, ballerini amici di Maria e tutto il resto! Abbiamo la scienza dalla nostra parte, sono passati 15 anni da quando abbiamo clonato Dolly, e allora andiamo a Torino, prendiamoci un pezzo di Sindone, cloniamo Gesù Cristo e mettiamo su il più grande reality show della storia! 
Facciamo un bel casting per scegliere la nuova Maria (ovviamente truccato, così vince mia cuggggina), ingaggiamo la più grande genetista al mondo e facciamole modificare come si deve il materiale genetico di partenza (Gesù è bianco e con gli occhi azzurri, lo sanno tutti, non sia mai esce un arabaccio poi come la mettiamo con gli sponsor?), facciamolo crescere in un'isola di proprietà del network sotto il continuo occhio vigile delle telecamere e di miliardi di telespettatori, dove potrà fare i suoi primi miracoli ed andare a scuola imparandotutto ciò che bisogna sapere sulla storia americana, lo studio della Bibbia e il creazionismo (al nostro pubblico non piacciono teorie stravaganti come l'evoluzionismo... o la gravità se è per questo), vi assicuro sarà lo show più visto della storia dell'umanità!
Queste sono le premesse di Punk Rock Jesus, miniserie Vertigo scritta e disegnata da Sean Murphy, compagno di merende di Grant Morrison da una vita con cui ha collaborato l'ultima volta nell'ottimo Joe the Barbarian, aggiungeteci giusto giusto una guardia del corpo ex terrorista dell'IRA, una fondamentalista cattolica sempre pronta a sabotare il nostro programma e un David Letterman de noartri che si occupa della questione ore, minuti e momenti e il quadretto è completo.


PRJ è bello, prima di tutto perchè nonostante la premessa sembri fatta apposta per una soriella comicosatiricaparodicaquellaroballà, prova a parlare di religione prendendo la strada difficile, senza giochetti scemi e volgarotti alla Ennis, il fatto che ci riesca pure è secondario, già solo il volerci provare è una scelta con le palle. Parla di religione, di scienza, della società dei consumi tirando schiaffoni a destra e a sinistra un po' a tutti, a rimanere un po' a disagio non saranno solo gli eventuali lettori cattolici (quelli tanto più che il disagio c'hanno l'indignazione facile), ma anche il più prode illuminista senzaddio si farà un paio di domande. Di come si svolge la storia non voglio dire molto, giusto che il finale è un po' affrettato, ma non cancella tutto ciò che di buono è stato fatto prima, e ce n'è a carrettate di roba buona qua dentro.

Per quanto riguarda il comparto artistico Seannuccio nostro con la matita è bravo e non c'è bisogno che lo dica io, a questo giro si presenta con delle belle tavole in bianco e nero, dettagliatissime come al solito e che si fnno via via più sporche man mano che cresce e si sviluppa la vena punk nel giuovane Chris.

In una scala che va da San Fiacre a San Gennaro, Punk Rock Jesus è San Domenico, bello, intelligente e incazzoso.